IL FUNAMBOLO DEL CAOS
Martin Schulz-Kirchner nasce a Neuwied – Germania nel 1955 e, come tanti ragazzi della sua età, anche lui prese la decisione di allontanarsi presto dalle situazioni problematiche e conflittuali vissute in famiglia. Erano gli anni settanta, tutto il mondo stava vivendo una profonda trasformazione socio/culturale e molti giovani rifiutavano i valori tradizionali, autoritari e borghesi dei genitori, cercando un modus vivendi alternativo. Per allargare i propri orizzonti, alla ricerca di una crescita interiore, visse qualche periodo in Francia, in Inghilterra e in Olanda, allora patria e meta di pellegrinaggio per i giovani in cerca di uno stile di vita che neonati laboratori di nuove libertà stavano elaborando. “Non tutti sono capaci di scappare, bisogna avere molta forza e autosufficienza. Io allora credevo di sapere tutto del mondo ma non ne sapevo niente”.
Questi contesti sociali e momenti di scambio culturale, agirono come vere e proprie “fucine di idee”, catalizzando in Martin il desiderio di innovazione, rifuggendo dalle tradizionali tecniche artistiche, al di là di un contesto ideologico e politico che andava formandosi rapidamente in tutta Europa negli anni settanta/ottanta.
Al suo ritorno in Germania, frequentò l’accademia di Karlsruhe dove prese contatto con il suo mentore, il carismatico maestro Kuchenmeister, che lo incoraggiò a intraprendere nuove esperienze in giro per il mondo, ma soprattutto che lo aveva accettato come collega e non come studente.
Un carattere introverso e volubile, soggetto a instabilità emotiva e a profondi cambiamenti. Un uomo schivo e timido, dall’aspetto stravagante, a volte insolente, a volte simpatico e comprensivo. Una combinazione che crea un contrasto intrigante tra un mondo interiore riservato e gentile e una manifestazione esteriore bizzarra e fuori dagli schemi.
Martin si stabilisce nei primi anni ’80 a Piancassone di Trarego, recuperando un rustico in pietra nel bel mezzo di un bosco, alla ricerca di stabilità emotiva, lontano dai ritmi accelerati della città e dalle speculazioni del mercato dell’arte, dalle quali rifuggiva: “L’arte di oggi è strapagata, la forma non corrisponde al contenuto”.
Come molti artisti cambia radicalmente stile nel corso della sua vita, sempre spinto da una ricerca interiore di equilibrio tra una manifestazione di emozioni e la ripetizione convulsiva dello stesso soggetto.
IL BESTIARIO
Verso la fine degli anni novanta, viene letteralmente catturato da una nuova vena artistica caratterizzata da forme di animali abbozzati che si dissolvono in macchie di colore. Tratti di china e acquerelli, semplici gocce di tenue tinte e tracce che colano, rappresentano galline, cani, gatti, cavalli, forme in spazi vuoti, spesso immersi in balletti di fantasia. “Gli animali sono un soggetto neutrale mentre dipingendo ritratti mi è successo di essere assalito con indignazione e rabbia: gli animali non dicono mai niente. Prima mi interessavo di biologia e zoologia, oggi preferisco lasciare gli animali in pace”.
Le linee sciolte, sottili e marcate delle zampe degli animali di Martin sembrano imprigionate, costrette tra i confini immaginari delle opere e voler uscire con forza come a significare la vita che scorre via.
IL PERIODO ASTRATTO
Il suo ultimo percorso artistico si stacca dal figurativo per intraprendere una vera e propria rivoluzione che mira a catturare la realtà usando il colore e le macchie per dare senso alle emozioni, trasformando le proprie nevrosi e passioni in un linguaggio visivo.
Un’interpretazione personale del colore lo caratterizzerà in tutte le sue opere del periodo finale, quasi a stabilire maggiore empatia volta a entrare in sintonia con le emozioni degli altri: “Io non dipendo dalla luce: il colore è una questione di coincidenze e di percezione personale. Ciascuno vede i colori in modo diverso dagli altri. Parlando con la gente riesco a captare il loro modo diverso di percepire i colori”.
Rinuncia ai titoli delle sue opere per non offrire il benché minimo aggancio con l’oggetto dell’opera.
DER SEILTÄNZER DES CHAOS
Martin wurde 1955 in Neuwied – Deutschland geboren und wie viele andere Jugendliche seines Alters entschied auch er sich, frühzeitig den problematischen und konfliktreichen Situationen in seiner Familie zu entfliehen. Es waren die siebziger Jahre, die ganze Welt befand sich in einem tiefgreifenden sozialen und kulturellen Wandel, und viele junge Menschen lehnten die traditionellen, autoritären und bürgerlichen Werte ihrer Eltern ab und suchten nach einem alternativen Lebensstil. Um seinen Horizont zu erweitern und auf der Suche nach innerem Wachstum lebte er einige Zeit in Frankreich, England und Holland, damals Heimat und Pilgerziel für junge Menschen, die auf der Suche nach einem anderen Lebensstil waren. „Nicht jeder ist in der Lage zu fliehen, man muss viel Kraft und Selbstständigkeit haben. Damals glaubte ich, alles über die Welt zu wissen, aber ich wusste nichts.“
Diese sozialen Kontexte und Momente des kulturellen Austauschs wirkten wie echte „Ideenschmieden“ und weckten in Martin den Wunsch nach Innovation, weg von traditionellen künstlerischen Techniken, jenseits eines ideologischen und politischen Kontexts, das sich in den 70er und 80er Jahren in ganz Europa rasch herausbildete.
Nach seiner Rückkehr nach Deutschland besuchte er die Akademie in Karlsruhe, wo er seinen Mentor, den charismatischen Lehrer Kuchenmeister, kennenlernte, der ihn ermutigte, neue Erfahrungen auf der ganzen Welt zu sammeln, ihn aber vor allem als Kollegen und nicht als Schüler akzeptierte.
Ein introvertierter und launischer Charakter, anfällig für emotionale Instabilität und tiefgreifende Veränderungen. Ein zurückhaltender und schüchterner Mann mit extravagantem Aussehen, manchmal unverschämt, manchmal sympathisch und verständnisvoll. Eine Kombination, die einen faszinierenden Kontrast zwischen einer zurückhaltenden und freundlichen Innenwelt und einer bizarren und unkonventionellen Außenwelt schafft.
Martin lässt sich Anfang der 80er Jahre in Piancassone unterhalb Trarego nieder und renoviert ein Rustico aus Stein mitten im Wald, auf der Suche nach emotionaler Stabilität, fernab vom hektischen Rhythmus der Stadt und den Spekulationen des Kunstmarktes, denen er entfliehen wollte: „Die Kunst von heute ist überbewertet, die Form entspricht nicht dem Inhalt”.
Wie viele Künstler ändert er im Laufe seines Lebens radikal seinen Stil, immer getrieben von einer inneren Suche nach dem Gleichgewicht zwischen dem Ausdruck von Emotionen und der krampfhaften Wiederholung desselben Themas.
DAS BESTIARIUM
Gegen Ende der neunziger Jahre wurde er buchstäblich von einer neuen künstlerischen Inspiration erfasst, die sich durch skizzierte Tierformen auszeichnet, welche sich in Farbflecken auflösen. Tusche- und Aquarellstriche, einfache Tropfen zarter Farben und verlaufende Spuren stellen Hühner, Hunde, Katzen, Pferde dar, Formen in leeren Räumen, oft in einem Fantasietanz versunken. „Tiere sind ein neutrales Thema, während ich beim Malen von Porträts manchmal von Empörung und Wut überkommen wurde: Tiere sagen nie etwas. Früher interessierte ich mich für Biologie und Zoologie, heute lasse ich die Tiere lieber in Ruhe.“
Die lockeren, feinen und markanten Linien der Tierbeine von Martin wirken gefangen, eingeengt zwischen den imaginären Grenzen der Werke und wollen mit aller Kraft herausbrechen, als wollten sie das verrinnende Leben symbolisieren.
DIE ABSTRAKTE PHASE
Sein letzter künstlerischer Werdegang löst sich vom Figürlichen und schlägt eine echte Revolution ein, die darauf abzielt, die Realität mit Farben und Flecken einzufangen, um Emotionen Ausdruck zu verleihen und seine eigenen Neurosen und Leidenschaften in eine visuelle Sprache zu verwandeln.
Eine persönliche Interpretation der Farbe prägt alle seine Werke der letzten Schaffensphase, fast als wolle er mehr Empathie schaffen, um sich auf die Emotionen anderer einzustimmen: „Ich bin nicht vom Licht abhängig: Farbe ist eine Frage des Zufalls und der persönlichen Wahrnehmung. Jeder sieht Farben anders als der andere. Wenn ich mit Menschen spreche, kann ich ihre unterschiedliche Wahrnehmung von Farben erfassen”.
Er verzichtet auf Titel für seine Werke, um nicht den geringsten Bezug zum Gegenstand des Werks herzustellen.



